“Dimensioni e Immagini”

Alla ricerca di un presente, allusivo di una forma simbolica, è diretta l’opera di Raffaele Iannone, a cui non è estranea la forza di rappresentazione di emozioni plastiche e di stati d’animo, come avvertito dalle correnti post simboliste del ‘900. Il suo linguaggio ribalta la corporeità e la matericità dell’ambiente e dà un significato carico di mistero ai segni che si stendono in superficie con destinazione lo spazio: un segno che non è gesto irrelato o tensivo, ma che richiama la luce ed evoca le voci lontane. Per cui l’interiorità si fa parola viva, per un presente che ha perduto le origini liriche.
La sua indagine guarda infatti al motivo nascosto e pregnante della realtà, evocata più che descritta nei suoi elementi rappresentativi, dal momento che la materia inoggettiva non è passata attraverso il processo di astrattizzazione del reale, ma ha rivelato le ambivalenze dei simboli, senza avvertire quella privazione che il termine di astratto (togliere da) lascerebbe intendere.
Invero nell’opera di Iannone l’evocazione è legata alla ricerca della misura segreta delle cose, per dare valore al simbolo, al non detto. Senonchè la ricerca, mentre tende a scoprire l’altra faccia, quella sempre nascosta, in effetti rivela il prampoliniano “campo emozionale lirico” della materia, avendo l’oggetto, reale o dipinto, perduto il suo significato, perché privato delle consuete relazioni.
Dalla materia in superficie, investita dallo stato d’animo, emerge quella voce interna che imprime alle forme un ritmo impalpabile che dà vita allo spazio circostante, senza conflitti, ma in maniera attiva. E l’attività è vita, mentre l’impulso all’astrazione è negazione alla vita.
L’opera di Angelo Di Lieto è basata sull’ istantaneità dell’azione e presuppone che il gesto sia protagonista nella frantumazione della visione, ma anche compartecipe nella ricomposizione dell’immagine, all’insegna della “cosa stabilita”. Al contrario dell’azione automatica del gesto, in cui la coscienza di avere operato viene in un secondo momento (diceva Schelling, riportando un concetto vichiano, che “prima è il fare e poi il sapere di aver fatto”), l’azione ricostruttiva è invece portata in Di Lieto al calcolo mentale o, come dice l’autore, ad agitare la “sedimentazione della memoria”.
Invero, allorché l’artista decompone l’impianto prestabilito di un’ immagine, ha già la consapevolezza dei “livelli di significati” - come li chiama Joseph Kosuth - a cui la sua azione deve mirare. Durante la rottura dell’immagine, l’autore ha riguardo delle interrelazioni che rendono plausibile la lettura dell’insieme ricomposto. Per cui l’assemblaggio di elementi diversi è un atto diretto a scoraggiare il “gusto superiore” di chi è abituato alle “belle” percezioni linguistiche e nello stesso tempo a rendere presente il “già fatto” nel nuovo modo di vedere.
In tal senso la nuova visione, anche se vengono impaginate tessere figurative eteroclite e linguisticamente differenti, sollecita il riguardante ad un significato logico-mimetico, in regola non solo con l’estetica dell’impaginazione, ma anche con i contenuti ricomposti con gli elementi cosiddetti marginali. E questo perché l’artista, nell’atto della mise en page degli elementi diversi o nel processo decostruttivo del décalage, è consapevole che la composizione delle varie tessere è avvenuta e avviene attraverso un calcolo mentale o, come si richiede nella composizione dell’immagine impressionista, attraverso la percezione degli elementi in movimento nella retina dell’osservatore.
Per cui nel gioco del comporre e ricomporre vengono attivate quelle energie creative che consentono all’artista di rimestare le “stratificazioni della memoria” come dire di un riporto continuo degli atti della storia.

Roma, 28.6.2004
Luigi Tallarico