“ Raffaele Iannone, nel segno dello tsunami ”
Lo tsunami, ovvero l’onda anomala, che ha colpito il 26 dicembre 2004 il Sud-est asiatico, è stato uno schiaffo immenso all’innocenza della vita, - se ci può essere innocenza nella vita: ha inattesamente schiacciato un muro d’oceano contro un’umanità fragile, indifesa, esposta in trepidazione di esistenza all’aria, all’acqua, alla luce. L’evento ha crudelmente marcato un’antica tradizione, quella segnata dal sangue, dalla sofferenza, dalla disperazione di chi è più debole e povero. Quante sono le vittime? Centomila? Duecentomila? Non lo sapremo mai. Ma esso, insieme, ha dato un allarme a tutto il mondo sul versante del rischio anonimo, imprevisto, che oggi può incombere su tutta l’umanità e sulla vita nel suo complesso. Lo tsunami, ad esempio, non si è limitato a smantellare case, alberghi, interi villaggi, a sollevare yacht e pesanti imbarcazioni abbandonandoli come fuscelli su declivi collinosi, ma ha sfondato nel mare le barriere coralline di atolli, ha inghiottito isolotti, ha eroso coste, ha spostato l’asse di vaste lingue di terra, ha seminato il sale marino sui prati, sulle palme, sui tetti costruiti dall’uomo, ha fatto temere per l’equilibrio complessivo della catena biologica di quell’area geografica. In breve, ha introdotto un’immagine concreta di una possibilità apocalittica anonima che si può abbattere sulle comunità umane, senza dover chiedere permesso a niente e a nessuno, senza riguardo delle speranze e degli sforzi compiuti dalla collettività e dai singoli, che può trasformare gratuitamente lo spettacolo della festa e della vacanza in spettacolo di segno opposto, su cui si stende il nero lenzuolo della funebrità.
E, per via mediata dalle analogie e dai simboli, l’evento ha suggerito, se lo sappiamo intendere, che il grande mito della signoria dell’uomo nel/sul mondo è solo frutto di un’arroganza non giustificata dalle cose. Che le cose non sono oggetti docili alla pretese e alle supponenze antropocentriche. Che l’idea di progresso va ripensata e saggiata su molte più variabili fra loro in possibili interazioni. Che le distanze oggi sul nostro pianeta si sono molto accorciate rispetto al tempo passato, anche solo rispetto a cinquant’anni fa. Che la vita, la storia sono realtà complesse, ma fragili, esposte a rischi enormi. Che sempre e comunque dobbiamo fare i conti col presente.
Noto con piacere che la mostra allestita da Iannone è impegnata quasi allo spasimo con una resa di conti ravvicinata proprio col presente: questo nostro presente aperto in molteplici direzioni, in gioia e in sofferenza, in terrore e calcoli di svolgimento, che, intanto, è segnato dagli stigmi, oltre che della guerra e di altre brutalità, anche delle catastrofi naturali.
Raffaele Iannone è artista genuino e come tale sa che l’esperienza e la ricerca specifiche non possono svolgersi in atmosfere disinfestate dei germi dell’attualità, non possono non avere sussulti di fronte agli incubi giganteschi del mondo contemporaneo, qual è appunto l’incubo evocato dallo tsunami del Sud-est asiatico. Al quale l’autore dedica lo zoccolo duro dell’esposizione e al quale si è ispirato per una precedente performance a Maratea.
Ma l’andare all’appuntamento con l’ineludibile presente che cosa vuol dire per l’artista e per il suo linguaggio?
Esso significa un più deciso, convinto ed energico balzo in avanti fatto compiere all’espressività sul terreno di un’ermeneutica del reale sotto gli aspetti profondi della solidarietà, dell’incontro con i valori civili e con le dimensioni etiche, procedendo dall’interno delle ipotesi linguistiche e culturali finora indagate. Iannone, nato e formato a Napoli nel segno della modernità che ha a referenti essenziali il simbolo e l’astratto, qui risulta molto più deciso di prima a stringere e a innervare nell’astratto e nelle cromie fondamentali le suggestioni dei simboli. Guardiamo con attenzione le opere che rimandano ai codici a barre: esse utilizzano tratti e segmenti verticali con cui ormai, anche da non alfabetizzati dell’informatica, abbiamo quotidianamente rapporti familiari. Li troviamo sulle copertine dei libri, della stampa periodica, sui prodotti del supermercato, sulle targhette dell’acqua minerale. Circolano sotto i nostri occhi come sequenze che ci riguardano. Si comincia a codificare per barre anche le persone, gli iscritti a corsi, i partecipanti a master di specializzazione. I codificati hanno iniziato a marcare schede e corrispondenze con targhette recanti il loro codice. Questi codici a barre sono un prodotto della civiltà delle macchine e dell’automazione, ma in quanto sono diffusi sempre di più e circolano sempre di più, sono anche segni e simboli del nostro tempo, sempre più cedevole a essere inventariato e tradotto in sequenze informatiche, a immedesimarsi nel virtuale, sotto forma di simboli e segni.
La referenzialità dei codici a barre nelle opere di Iannone induce nell’interpretazione e nell’espressività dell’artista effetti molteplici e interattivi, dall’animazione op e pop insieme del segno all’accettazione critica della condizione postmateriale della nostra società, sino alla messa in circolo di sollecitazioni di analisi e di pareggiamenti in materia di obliterazione (come si dice della vidimazione ovvero dell’annullamento del titolo di viaggio a opera delle macchinette a ciò predisposte nei non luoghi di cui parla Augé) dell’esistente equiparato, con delitto perfetto, come dice Baudrillard, a sequenza: una versione del rigor mortis in rigor vitae. Che è poi la nostra, quella che lo tsunami ci ha fatto scoprire in tempo reale come interfaccia della nostra (falsa) sete di piacere.
Ugo Piscopo
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