Alla ricerca di un presente, allusivo di una forma simbolica, è diretta l’opera di Raffaele Iannone, a cui non è estranea la forza di rappresentazione di emozioni plastiche e di stati d’animo, come avvertito dalle correnti post simboliste del ‘900. Il suo linguaggio ribalta la corporeità e la matericità dell’ambiente e dà un significato carico di mistero ai segni che si stendono in superficie con destinazione lo spazio: un segno che non è gesto irrelato o tensivo, ma che richiama la luce ed evoca le voci lontane. Per cui l’interiorità si fa parola viva, per un presente che ha perduto le origini liriche.

La sua indagine guarda infatti al motivo nascosto e pregnante della realtà, evocata più che descritta nei suoi elementi rappresentativi, dal momento che la materia inoggettiva non è passata attraverso il processo di astrattizzazione del reale, ma ha rivelato le ambivalenze dei simboli, senza avvertire quella privazione che il termine di astratto (togliere da) lascerebbe intendere.

Invero nell’opera di Iannone l’evocazione è legata alla ricerca della misura segreta delle cose, per dare valore al simbolo, al non detto. Senonchè la ricerca, mentre tende a scoprire l’altra faccia, quella sempre nascosta, in effetti rivela il prampoliniano “campoemozionale lirico” della materia, avendo l’oggetto, reale o dipinto, perduto il suo significato, perché privato delle consuete relazioni.

Dalla materia in superficie, investita dallo stato d’animo, emerge quella voce interna che imprime alle forme un ritmo impalpabile che dà vita allo spazio circostante, senza conflitti, ma in maniera attiva. E l’attività è vita, mentre l’impulso all’astrazione è negazione alla vita.

(Testo di Luigi Tallarico)


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Ferro smaltato
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